Il ragazzo più felice del mondo: la nostra intervista a Gipi

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Il ragazzo più felice del mondo: la nostra intervista a Gipi

Gian Alfonso Pacinotti, detto Gianni e in arte Gipi, è una di quelle persone che ci rendono felici di essere italiani, sensazione che sempre più di rado proviamo negli ultimi tempi. In quest'uomo alto e magro dalla voce musicale, in cui non è difficile riconoscere il ragazzo che era, convivono il musicista, il geniale creatore di splendidi graphic novel amati e premiate anche all'estero, il pittore di mondi di provincia e di confine raccontati con un linguaggio mai banale di un noir urbano in cui si affacciano malinconia, affetto fraterno tra amici e tradimenti, e l'umorista dirompente e senza pudori, nella vena satirica dei cortometraggi che realizza in collaborazione con l'amico Gero Arnone per Propaganda Live e nei suoi due lungometraggi, L'ultimo terrestre e Il ragazzo più felice del mondo, che, come dice, gli appartiene totalmente. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia con molto successo, prende il via da una scoperta casuale: un fan che da 20 anni manda lettere cartacee pressoché identiche a tutti gli autori di fumetti chiedendo un disegno e spacciandosi per un adolescente.

Abbiamo incontrato Gipi durante una Lucca Comics & Games che lo ha visto impegnato su più fronti, tra cinema e fumetto. Cresciuta da lucchese con il motto “meglio un morto in casa che un pisano all'uscio”, posso solo pensare che da pisani ganzi come lui vorrei fosse abitato tutto il mio condominio. Queste le risposte stimolate dalle nostre domande (non tutte purtroppo, molto è rimasto fuori per motivi di lunghezza), che raccontano benissimo un film che inizia come un documentario e si trasforma strada facendo, diventando un road movie che prende strade inattese (attenzione: ci sono degli spoiler sulla trama, per cui vi consigliamo di leggere dopo aver visto il film).

CINEMA E FUMETTO

Quando ero piccolino disegnavo perché era facile avere un foglio e una penna, ma mio padre aveva un negozio di macchine fotografiche e cineprese e mi portava a casa per qualche giorno delle macchine da presa con due o tre rullini da tre minuti e io facevo questi filmini con gli amici e mi piaceva tantissimo. Diciamo che ho sempre avuto la passione per raccontare. Il mezzo ha sempre avuto un'importanza secondaria. Io non sono un esperto di fumetti ad esempio, né di cinema o di letteratura, però scrivo, disegno, faccio fumetti, provo a lavorare col cinema perché la mia vera passione, l'unica, quella che non mi lascia mai anche se prende forme diverse è raccontare storie.

L'ULTIMO TERRESTRE

Domenico Procacci mi chiese di fare un film, so quanto questo possa dar fastidio agli aspiranti cineasti che devono fare tutta la trafila, ma è andata così, sono uno fortunato. Nella fortuna però c'è stata la sfortuna che in quel periodo non riuscivo a scrivere niente, quindi ho provato a scrivere qualcosa apposta ma non mi riusciva. Mesi dopo ho letto questo libro di Giacomo Monti, “Nessuno mi farà del male”, l'ho trovato bellissimo e ho deciso di metterlo in scena. Ho scritto una sceneggiatura  e l'abbiamo fatto. Però non c'ero io al cento per cento dentro, mi piaceva molto la storia, che era a episodi che io ho ricostruito, riscritto e legato insieme, ma non c'era la mia voce. Quando lo guardo sono contento perché è comunque un film pazzo per essere un film italiano e ci sono dei begli attori, ma non ci vedo il mio taglio, per cui quando sono tornato a lavorare al cinema mi sono detto che stavolta ci dovevo essere al cento per cento.

LA FORMA E LA GENESI DEL RAGAZZO PIU' FELICE DEL MONDO

Questo film è stato fatto in un modo stranissimo, perché ho trovato questa storia, volevo farne un documentario e me lo sono prodotto, fino al pre-montato, quando l'ho fatto vedere a Procacci che mi ha detto “è bello, mi piace, lo compro”. Fino a quel momento lo avevo fatto da solo, rovinandomi, non in senso metaforico, ma proprio economicamente, per poterlo fare con tutta la libertà che volevo. Avevo già lavorato con Procacci e lui non mi ha mai messo dei limiti, ma io volevo iniziare subito, senza aspettare i tempi di una produzione che deve mettere in moto i suoi ingranaggi, e poi volevo avere i miei amici. Avevo fiducia nel fatto che se noi fossimo stati più o meno noi stessi, sarebbe stata una cosa buffa e naturale a vedersi. Volevo fare una cosa di libertà, soprattutto perché la libertà nel mio lavoro è la cosa che mi preme di più in assoluto.

Come si vede nel film, nell'aprile 2017 stavo su Facebook a perdere tempo e ho visto un post di un collega fumettista, Alessio Fortunato, che aveva postato una fotografia appena scattata a questa lettera che aveva ricevuto e aveva scritto un post molto commosso, perché per un autore è importantissimo che un ragazzo così giovane stimi il tuo lavoro, e sotto c'era una sfilza di commenti che dicevano “che bello, allora vedi che i giovani non sono come li raccontano", e io gli ho scritto, “Alessio, mi dispiace rompere quest'incanto ma questa lettera è identica a quella che ho ricevuto io vent'anni fa”. E poi ho fatto quello che si vede nel film e ho scoperto che in questi anni l'aveva mandata a tutti.

PARLARE DEGLI ALTRI

A volte ho trattato anche temi piuttosto importanti per la mia famiglia e quando l'ho fatto ho chiesto il permesso, ho raccontato cose che riguardano mia sorella Annalisa e prima di mandare il libro le ho chiesto di leggerlo e dirmi se potevo, ho cercato di avere un minimo di tatto. Ne ho avuto sicuramente meno con gli amici di un tempo, non so se è per quello che nessuno di loro mi parla più, ma è andata così.

LA SCELTA DEL SILENZIO

Io ho scoperto subito chi era, ho avuto subito tutto quello che mi serviva sapere su di lui e ho iniziato a contattare i fumettisti per portarli da lui. Poi, dopo due settimane di lavorazione, ho fatto analizzare le lettere e il risultato dell'analisi grafologica ha indicato un soggetto fragilissimo, la perizia diceva che gli avremmo fatto del male e mentre tutta la troupe esultava dicendo “grande, questo è un matto vero” e si immagina una roba da serial killer, io ci sono stato male, perché odio un certo tipo di fare intrattenimento in cui gli inviati vanno, aggrediscono e ti ricostruiscono l'esistenza col montaggio, e mi sono accorto che stavo facendo la stessa cosa, anche se con buone intenzioni. Le buone intenzioni per me non contano, contano solo le azioni. Un giorno, dopo questa scoperta mi sono chiesto “ma Gianni, tu che ne sai che lui è come te?” Perché questo è il narcisismo, prendere il tuo pensiero e adattarlo a un altro: “Io sarei contento se mi succedesse, quindi sarà contento anche lui”. Ma lui è un'altra persona e quindi per una volta, visto che ho sempre raccontato di tutti i miei affetti, i miei amici, ho scelto con uno sconosciuto di essere buono. E quando ho comunicato la decisione alla troupe e agli attori tutto è cambiato, è cambiata l'atmosfera, tutti hanno capito che stavamo agendo in una via di bene. Questo avrebbe fatto del male alla storia? Sì. Gli spettatori sarebbero rimasti delusi? Sì. Noi ci saremmo sentiti meglio? Sì. E quindi abbiamo preso questa strada.

IL VENTO DELLE STORIE

Nel film quando sono con quell'improbabile sensitiva che mi chiede “ma perché hai conservato la lettera?" è una domanda tuttora senza risposta, non so perché l'ho tenuta, io perdo tutto, ho cambiato 12 case e quella è rimasta. Perché penso che sono le storie che ti portano, io ho sempre la sensazione di avere pochissimo controllo su quello che faccio, anche perché sarei molto più ricco se dopo un libro di successo avessi avuto la capacità strategica di fare il due con lo stesso stile, lo stesso taglio, e poi il 3, e invece sono sempre stato portato da un vento che sento come esterno a me, dove l'unica sensazione che ho è quella di mettermi nella condizione che il vento mi porti. Per me è quella la cosa difficile: mettersi nella condizione per cui le storie arrivino.

LA PROVINCIA

Quando vieni dalla provincia ti rimangono due cose secondo me, una è che non sei stato viziato: dove sono cresciuto io se andavi in giro a dire che eri un artista, un regista, ti pigliavano a schiaffoni (per noi toscani il termine, più evocativo, è ciaffate, ndr), dovevi fare le cose e questa abitudine di fare le cose prima di parlarne è fondamentale, e l'altra è un disincanto di base per cui sei sempre un po' stronzo, non ti fidi, che secondo me è utile.

I PROGETTI

Ho un libro a fumetti iniziato che non riesco a trovare il tempo di portare avanti, ho questi corti tutte le settimane per Propaganda che sono un bell'impegno perché anche se li giriamo più o meno in sessanta ore di lavoro ci si ragiona, ci si discute e quindi prendono molto tempo, sto scrivendo altre cose, mi piacerebbe fare un altro film. Non so se ne valga ancora la pena in Italia perché non so quante persone vadano al cinema, sono pazzo ad averne fatto uno, me ne rendo perfettamente conto. Io l'avevo pensato inizialmente per piattaforme come Netflix, perché è un film piccolino, storto, strano, mi faceva paura l'idea della sala, invece Procacci ha scelto di portarcelo.

E bene ha fatto, secondo noi, che vi invitiamo a scoprire al cinema Il ragazzo più felice del mondo, specie se siete stufi della solita roba, dal prossimo 8 novembre, accompagnato da Gipi stesso in un tour che lo vedrà martedì 6 a Bologna, al Cinema Jolly alle 20, mercoledì 7 a Firenze al cinema Stenses alle 20.30 e alle 22.30, giovedì 8 a Pisa al cinema Arsenale alle 20.30 e alle 22.30, venerdì 9 a Roma al cinema Lux alle ore 20.20 e sabato 10 a Milano, al cinema Centrale alle 20.30.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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